Pubblicato il Marzo 15, 2024

L’accesso ai monopoli nordici richiede più di un vino di qualità; esige una Carbon Footprint quantificabile, verificabile e ridotta.

  • L’impatto del packaging, soprattutto il vetro, è il fattore più critico, rappresentando fino al 74% delle emissioni totali del ciclo di vita.
  • Le strategie di riduzione interna (insetting), come la valorizzazione energetica delle biomasse, sono strategicamente superiori alla mera compensazione (offsetting).
  • La tecnologia blockchain emerge come lo strumento definitivo per garantire la trasparenza e l’immutabilità dei dati di sostenibilità, creando un “passaporto digitale” del prodotto.

Raccomandazione: Avviare un’analisi del ciclo di vita (LCA) basata su una rigorosa raccolta di dati primari aziendali. È il fondamento per qualsiasi strategia di riduzione credibile e per una comunicazione a prova di greenwashing.

I buyer dei monopoli nordeuropei e canadesi non chiedono più soltanto un grande vino, ma un vino con una storia di sostenibilità misurabile. La richiesta di calcolare e comunicare la Carbon Footprint per ogni bottiglia non è più una tendenza di nicchia, ma un requisito di accesso al mercato sempre più stringente. Per molti produttori orientati all’export, questa sfida può apparire come un complesso onere burocratico, un labirinto di dati, standard e certificazioni.

Le risposte comuni si concentrano spesso su concetti generici come “sostenibilità” o “riduzione dell’impatto”, senza fornire un percorso operativo chiaro. Si parla di agricoltura biologica, di efficienza energetica, ma raramente si affronta il nocciolo della questione: come si trasforma un’intenzione di sostenibilità in un dato numerico, certificabile e competitivo? E se la chiave non fosse semplicemente “essere più verdi”, ma padroneggiare la metodologia per misurare, ridurre e comunicare l’impatto in modo strategico?

Questo articolo abbandona le generalità per fornire una guida tecnica e procedurale. Analizzeremo la gerarchia delle azioni di decarbonizzazione, dalla raccolta dati essenziale per un’analisi del ciclo di vita (LCA) credibile, fino alle tecnologie più innovative come la blockchain per garantire la fiducia. L’obiettivo è trasformare un requisito di conformità in un potente asset competitivo, fornendo gli strumenti per rispondere con precisione alle richieste dei mercati più esigenti.

Per chi desidera una pausa visiva prima di immergersi nei dettagli tecnici, il video seguente offre un intermezzo. Un classico per ricaricare le energie prima di proseguire con la nostra analisi.

In questa guida, esploreremo in dettaglio ogni fase del processo, fornendo dati, esempi concreti e strumenti pratici. Il percorso che segue è stato strutturato per accompagnare il produttore dalla misurazione alla valorizzazione della propria impronta di carbonio.

Raccolta dati per il calcolo LCA

Il punto di partenza per qualsiasi calcolo credibile della Carbon Footprint è un’analisi del ciclo di vita (LCA), un metodo strutturato e standardizzato a livello internazionale (ISO 14040 e 14044). Il principio fondamentale è “garbage in, garbage out”: la qualità del risultato finale dipende interamente dalla precisione dei dati di input. È essenziale distinguere tra dati primari, misurati direttamente in azienda, e dati secondari, provenienti da database esterni.

I dati primari sono il cuore di un LCA accurato. Includono misurazioni specifiche come il consumo di gasolio per ettaro, i kWh di elettricità utilizzati in cantina per ettolitro di vino prodotto, e le quantità esatte di fertilizzanti e fitosanitari applicati. La loro raccolta meticolosa è ciò che differenzia un’analisi superficiale da una certificabile. Infatti, oltre il 70% dell’accuratezza di un LCA dipende dalla qualità dei dati primari raccolti direttamente in azienda. Per i fattori non misurabili, come le emissioni legate alla produzione di una bottiglia di vetro, si ricorre a database certificati come Ecoinvent o PEF (Product Environmental Footprint).

Un altro elemento cruciale è la definizione dei confini del sistema. L’analisi può essere “dal cancello al cancello” (gate-to-gate, solo i processi in cantina), “dalla culla al cancello” (cradle-to-gate, dal vigneto all’uscita dalla cantina) o “dalla culla alla tomba” (cradle-to-grave, fino allo smaltimento del packaging da parte del consumatore finale). I monopoli nordici richiedono tipicamente un approccio cradle-to-gate come minimo, ma una visione cradle-to-grave dimostra una gestione più completa e responsabile. Infine, tutti i dati devono essere normalizzati rispetto a un’unità funzionale standard, che per il vino è quasi universalmente definita come “una bottiglia da 0,75 L”.

Piano d’azione: Matrice di raccolta dati per LCA del vino

  1. Identificare i dati primari essenziali: misurare consumo gasolio (L/ha), elettricità cantina (kWh/hl), fertilizzanti (kg/ha), fitosanitari (kg/ha).
  2. Documentare i confini del sistema: decidere tra “cradle to gate” (fino all’uscita cantina) o “cradle to grave” (fino al consumatore) in base alle richieste del buyer.
  3. Normalizzare i dati per unità funzionale: standardizzare tutti i consumi e le emissioni per 1 bottiglia da 0,75L.
  4. Integrare database secondari certificati: utilizzare fonti come Ecoinvent o ILCD per dati non misurabili direttamente (es. produzione materie prime).
  5. Implementare un sistema di tracciamento annuale: creare dashboard per monitorare i KPI chiave (es. kWh/hl) e dimostrare il miglioramento continuo.

Strategie di mitigazione in campo

Una volta stabilita una baseline affidabile attraverso l’LCA, il passo successivo è identificare e implementare strategie di riduzione delle emissioni. La fase agricola, sebbene non sempre la più impattante in termini assoluti, offre significative opportunità di mitigazione e, soprattutto, di sequestro del carbonio. Qui entra in gioco il concetto di carbon farming o agricoltura rigenerativa.

Queste pratiche mirano ad aumentare lo stock di carbonio organico nel suolo, trasformando il vigneto da semplice luogo di produzione a vero e proprio “pozzo di assorbimento” del carbonio. Le tecniche chiave includono:

  • Cover crops (sovescio): la semina di specifiche specie erbacee tra i filari aumenta la biomassa nel suolo, migliora la struttura e la fertilità, e sequestra CO2 atmosferica.
  • Minima lavorazione del terreno: riduce l’ossidazione della sostanza organica e la liberazione di carbonio in atmosfera.
  • Utilizzo di compost e ammendanti organici: incrementa direttamente il carbonio nel suolo.

L’adozione di queste pratiche non solo riduce l’impronta di carbonio netta dell’azienda, ma genera anche co-benefici come un aumento della resilienza del vigneto alla siccità e una maggiore biodiversità. Progetti come il LIFE VitiCaSe in Toscana stanno sperimentando l’integrazione di queste tecniche con piattaforme digitali per monitorare e certificare il carbonio sequestrato, aprendo la strada a futuri mercati di crediti di carbonio generati in vigna.

Pratiche di carbon farming con cover crops in un vigneto italiano

L’immagine mostra un esempio di suolo gestito con pratiche rigenerative, dove la ricchezza di materia organica è visibile. Questo approccio trasforma il suolo in un alleato strategico per la decarbonizzazione. La sfida, come evidenziato da molti esperti del settore, è creare un sistema di quantificazione universalmente riconosciuto, che permetta di valorizzare economicamente il servizio ecosistemico fornito dal vigneto.

Peso del packaging sulla carbon footprint

Se la fase agricola offre opportunità di sequestro, è nella scelta del packaging che si trova la leva più potente per una drastica riduzione della Carbon Footprint. L’analisi del ciclo di vita del vino rivela costantemente un dato schiacciante: la produzione e il trasporto della bottiglia di vetro sono responsabili della maggior parte delle emissioni. Sebbene iconica, la bottiglia di vetro è energeticamente intensiva da produrre e pesante da trasportare.

Secondo diverse analisi di settore, il quadro è chiaro. Un’analisi presentata da ARGEA ha evidenziato come il trasporto e l’imballaggio in vetro costituiscono circa il 74% dell’impronta carbonica totale di una bottiglia di vino. Questo dato sottolinea l’urgenza per i produttori export-oriented di considerare alternative più leggere, specialmente per i vini di pronta beva destinati a mercati sensibili alla sostenibilità come quelli scandinavi.

Le alternative oggi disponibili offrono riduzioni emissive notevoli, pur ponendo sfide in termini di percezione del consumatore. Formati come il Bag-in-Box, le lattine di alluminio o le bottiglie in PET riciclato e in cartone non sono più esperimenti, ma soluzioni mature e tecnicamente valide. La scelta dipende dal tipo di vino, dal posizionamento di prezzo e dalla disponibilità del mercato di destinazione ad accettare formati innovativi.

La tabella seguente, basata su dati aggregati di settore, offre un confronto diretto dell’impatto delle diverse opzioni di packaging per un volume equivalente a una bottiglia standard. I dati dimostrano che il passaggio a qualsiasi alternativa al vetro tradizionale comporta un abbattimento delle emissioni superiore al 65%.

Comparazione emissioni CO2 per tipologia di packaging vino
Tipo Packaging CO2 emessa Peso contenitore Riduzione vs vetro
Bottiglia vetro 750ml 875g CO2 400-600g Baseline
Bag-in-Box 5L 170g CO2 ~100g -80%
Lattina alluminio 250ml 175g CO2 (per 3 lattine) 15g/lattina -79%
Bottiglia PET 750ml 280g CO2 38g -68%
Bottiglia cartone 750ml 140g CO2 83g -84%

Compensazione (Offsetting) vs Riduzione (Insetting)

Una volta misurata l’impronta e implementate le prime strategie di riduzione, un’azienda si trova di fronte a un bivio strategico per gestire le emissioni residue: praticare l’offsetting o l’insetting. Sebbene spesso confusi, questi due approcci hanno implicazioni profondamente diverse. L’offsetting consiste nell’acquistare crediti di carbonio da progetti esterni (es. riforestazione in un altro continente) per “compensare” le proprie emissioni. L’insetting, al contrario, si riferisce a interventi di riduzione o sequestro del carbonio realizzati all’interno della propria filiera o del proprio contesto territoriale.

La gerarchia della decarbonizzazione è chiara e universalmente accettata: prima si evitano le emissioni, poi si riducono, e solo come ultima risorsa si compensano. L’insetting si colloca a un livello strategicamente superiore rispetto all’offsetting perché genera valore direttamente per l’azienda e il suo territorio. Esempi di insetting nel settore vitivinicolo includono la produzione di biogas dalle vinacce, la creazione di biochar dai sarmenti di potatura da reinterrare nel suolo, o l’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti della cantina. Queste azioni non solo riducono l’impronta di carbonio, ma possono anche generare efficienze economiche, creare nuove fonti di reddito o ridurre i costi energetici e di smaltimento.

L’offsetting, seppur utile per neutralizzare le emissioni inevitabili, dovrebbe rappresentare una piccola parte della strategia complessiva (idealmente non più del 10% delle emissioni totali) e basarsi esclusivamente su crediti certificati secondo standard rigorosi (es. Gold Standard, Verra) per evitare il rischio di finanziare progetti di dubbia efficacia.

Studio di caso: Il programma “Torres & Earth”

L’azienda spagnola Bodegas Torres è un pioniere dell’approccio insetting. Ha investito in una caldaia a biomassa che sfrutta i resti della potatura dei vigneti, gli scarti della lavorazione delle uve e il legno proveniente dalla pulizia dei boschi di proprietà. In questo modo, un costo di smaltimento è stato trasformato in una risorsa energetica interna, riducendo la dipendenza da combustibili fossili e chiudendo il cerchio dell’economia aziendale. L’azienda ha inoltre implementato sistemi per catturare e riutilizzare la CO2 prodotta durante la fermentazione, dimostrando come la riduzione interna sia una leva strategica di innovazione e non solo un’operazione di marketing.

Etichettatura climatica e consumatore

Dopo aver misurato e ridotto, arriva il momento della comunicazione. Per i mercati regolamentati come quelli scandinavi, un’etichettatura climatica trasparente e credibile non è un’opzione, ma una necessità. Questi buyer non si accontentano di dichiarazioni generiche; richiedono dati precisi, verificati e contestualizzati. La semplice dicitura “carbon neutral” senza prove a supporto è un biglietto da visita per accuse di greenwashing.

I monopoli di stato di Svezia (Systembolaget), Norvegia (Vinmonopolet), Finlandia (Alko), Islanda e Isole Faroe hanno assunto impegni precisi. Ad esempio, già da alcuni anni i 5 monopoli scandinavi si sono impegnati a ridurre le emissioni di CO2 legate al packaging e al trasporto, privilegiando attivamente i fornitori in grado di dimostrare un’impronta di carbonio più bassa e un piano di riduzione pluriennale. La certificazione biologica è un ottimo punto di partenza, ma oggi la richiesta si è evoluta verso la quantificazione specifica dell’impatto climatico.

Per essere efficace, l’etichettatura deve andare oltre il semplice valore di CO2e per bottiglia. I buyer professionali si aspettano di trovare, spesso tramite un QR code, informazioni dettagliate su:

  • La metodologia di calcolo utilizzata (es. ISO 14040, protocollo VIVA).
  • I confini del sistema analizzato (cradle-to-gate o cradle-to-grave).
  • Il piano di riduzione delle emissioni per gli anni futuri.
  • L’eventuale certificazione di terza parte che attesta la veridicità dei dati.

Standard come il protocollo VIVA del Ministero della Transizione Ecologica italiano, il sistema europeo PEF (Product Environmental Footprint) o certificazioni internazionali come quella del Carbon Trust sono tra i più riconosciuti e apprezzati, poiché garantiscono un approccio rigoroso e comparabile.

Potenziale energetico delle biomasse residuali

Approfondendo le strategie di insetting, la valorizzazione energetica delle biomasse residuali rappresenta una delle opportunità più concrete e strategiche per una cantina. Ogni anno, i processi di vinificazione e la gestione del vigneto generano quantità significative di scarti organici: vinacce, raspi e sarmenti di potatura. Tradizionalmente considerati un costo di smaltimento, questi residui sono in realtà una fonte di energia rinnovabile a chilometro zero.

Trasformare questi scarti in energia permette di ridurre la dipendenza da fonti fossili, tagliare i costi energetici e abbattere l’impronta di carbonio legata sia al consumo di energia esterna sia allo smaltimento dei rifiuti. Esistono diverse tecnologie per la valorizzazione di queste biomasse, ciascuna con specifici requisiti di investimento, scala e tipo di input.

Sistema di economia circolare con valorizzazione energetica delle biomasse in cantina

L’immagine evoca il concetto di economia circolare, dove gli scarti di produzione diventano una nuova risorsa. Dalla digestione anaerobica, che produce biogas e digestato fertilizzante, alla pirolisi per generare syngas e biochar (un potente strumento di sequestro del carbonio), fino alle più semplici caldaie a biomassa per la produzione di energia termica, le opzioni sono molteplici. La scelta della tecnologia più adatta dipende dalle dimensioni dell’azienda, dalla tipologia e quantità di biomassa disponibile e dagli obiettivi energetici.

La tabella seguente illustra un confronto tra le principali tecnologie di valorizzazione energetica, offrendo un quadro per una prima valutazione strategica da parte di un’azienda vitivinicola.

Tecnologie di valorizzazione energetica dei residui vinicoli
Tecnologia Input richiesto Output primario Output secondario Investimento medio Scalabilità
Digestione anaerobica Vinacce umide, fecce Biogas (60% CH4) Digestato fertilizzante 200-500k€ Media impresa
Pirolisi Sarmenti, vinacce secche Syngas Biochar (sequestro C) 150-300k€ Piccola impresa
Gassificazione Biomassa legnosa secca Gas combustibile Ceneri alcaline 300-600k€ Grande impresa
Caldaia biomassa Potature, raspi Energia termica Ceneri fertilizzanti 50-150k€ Tutte le dimensioni

Punti chiave da ricordare

  • La qualità e la granularità dei dati primari raccolti in azienda sono il fattore determinante per la credibilità di un calcolo LCA.
  • La scelta del packaging è la singola leva più potente per ridurre la Carbon Footprint, con alternative al vetro che offrono riduzioni fino all’84%.
  • Le strategie di riduzione interna (insetting), come l’economia circolare delle biomasse, sono strategicamente ed economicamente superiori alla semplice compensazione esterna (offsetting).

Rischi di “Greenwashing” digitale

Nell’era della trasparenza digitale, comunicare la sostenibilità è tanto importante quanto complesso. Il rischio di “greenwashing”, ovvero l’utilizzo di affermazioni ambientali vaghe, fuorvianti o non verificate per costruire un’immagine ecologica ingannevole, è estremamente alto e potenzialmente devastante per la reputazione aziendale. I buyer professionali e i consumatori informati sono sempre più abili a smascherare queste pratiche.

Per evitare questa trappola, ogni claim ambientale deve essere specifico, misurabile, e verificabile. Termini generici come “eco-friendly”, “verde” o “sostenibile”, se non supportati da metriche precise e da una metodologia chiara, sono bandiere rosse. È fondamentale comunicare non solo i successi, ma anche le sfide e gli obiettivi futuri, dimostrando un impegno autentico e un percorso di miglioramento continuo. La trasparenza è la migliore difesa contro le accuse di greenwashing.

Rendere i report di sostenibilità o i dettagli del calcolo LCA facilmente accessibili tramite un QR code sull’etichetta è un segno di fiducia e apertura. L’arma definitiva, tuttavia, rimane la validazione esterna. Come sottolinea un esperto del settore:

L’adesione a standard rigorosi e verificati da enti esterni è la più forte difesa contro le accuse di greenwashing, fornendo credibilità indispensabile nei confronti dei buyer professionali

– Marco Tonni, Esperto LCA settore vitivinicolo – Sata Studio Agronomico

Ottenere una certificazione da un ente terzo riconosciuto (come Equalitas, VIVA, B Corp) prima di avviare una campagna di comunicazione è un investimento che ripaga in termini di credibilità e fiducia, specialmente quando ci si rivolge a mercati altamente strutturati e scettici.

Tecnologia Blockchain e fiducia del consumatore

Come può un produttore garantire in modo inconfutabile la veridicità dei propri dati di sostenibilità? La risposta più innovativa arriva dalla tecnologia blockchain. Nata per certificare le transazioni di criptovalute, la blockchain si sta rivelando uno strumento potentissimo per la tracciabilità e la certificazione delle filiere agroalimentari. Funziona come un registro digitale distribuito, immutabile e trasparente.

Applicata al vino, la blockchain permette di creare un “passaporto di sostenibilità” per ogni singola bottiglia o annata. Ogni dato raccolto lungo la filiera – dalle pratiche in vigneto, ai consumi energetici in cantina, fino ai dati dell’LCA e ai certificati di offsetting/insetting – può essere “notarizzato” sulla blockchain. Una volta registrata, l’informazione non può essere alterata o cancellata, garantendo un livello di fiducia e trasparenza senza precedenti. I buyer dei monopoli o i consumatori finali possono, scansionando un semplice QR code, verificare istantaneamente l’intero percorso di sostenibilità del prodotto.

Studio di caso: Il progetto BinTraWine

Il sistema BinTraWine è un esempio concreto di questa applicazione. Basato su tecnologia blockchain, permette di tracciare e certificare l’intera filiera produttiva del vino. Il progetto integra i dati del calcolo LCA direttamente nel registro digitale, creando un attestato di sostenibilità a prova di manomissione per ogni annata. Questa soluzione non solo risponde alle esigenze di trasparenza dei mercati export, ma combatte anche la contraffazione e valorizza il prodotto.

Questa garanzia di autenticità ha un valore economico tangibile. Sebbene l’implementazione di queste piattaforme possa avere un costo, che varia da soluzioni gratuite per un periodo limitato a decine di migliaia di euro all’anno per sistemi complessi, il ritorno sull’investimento è evidente. Un’indagine ha rivelato che il 70% dei consumatori italiani è disposto a pagare di più per un vino la cui tracciabilità è certificata tramite blockchain, a fronte di un 90% che desidera informazioni più dettagliate. Questa tecnologia trasforma un’astratta promessa di sostenibilità in un fatto verificabile, costruendo un legame di fiducia diretta con il mercato.

Per posizionare la vostra azienda come leader nella sostenibilità, il primo passo è implementare un sistema di misurazione LCA robusto e certificabile. Iniziate oggi ad analizzare i vostri processi per trasformare un obbligo di mercato in un vantaggio competitivo duraturo.

Domande frequenti su Calcolo Carbon Footprint Vino

È sufficiente indicare solo il valore di CO2 sulla bottiglia?

No, i monopoli richiedono trasparenza completa: metodologia di calcolo, confini del sistema considerato, piano di riduzione pluriennale e certificazione di terza parte.

Quali standard di etichettatura sono più riconosciuti?

Il protocollo VIVA del Ministero dell’Ambiente italiano, l’etichetta del Carbon Trust e il sistema PEF (Product Environmental Footprint) europeo sono tra i più accreditati.

Scritto da Marco Valenti, Agronomo senior specializzato in colture estensive e agricoltura conservativa con oltre 20 anni di esperienza in campo. Esperto in gestione della fertilità del suolo e ottimizzazione delle rese per mais e cereali vernini.