Pubblicato il Marzo 11, 2024

Recuperare una varietà locale non è solo una richiesta burocratica, ma un progetto di archeologia agricola che trasforma il patrimonio genetico in valore territoriale.

  • L’accesso richiede la conoscenza delle leggi (Trattato di Nagoya) e tecniche agronomiche precise per garantire la purezza e la sanità del seme.
  • Le reti di agricoltori custodi e le Case delle Sementi sono alleati fondamentali per la gestione collettiva e la difesa della biodiversità contro i brevetti.

Raccomandazione: Partire dalla caratterizzazione fenotipica e dalla creazione di un “passaporto della semente” per documentare e valorizzare la risorsa genetica recuperata.

La scomparsa di una varietà agricola locale non è solo una perdita per la biodiversità, ma la cancellazione di un pezzo di storia, di un sapore e di un sapere contadino tramandato per generazioni. Molte associazioni e agricoltori, mossi da una sensibilità crescente, si chiedono come invertire questa tendenza, guardando alle banche del germoplasma come a scrigni di un tesoro perduto. L’idea comune è che basti inviare una richiesta formale per ottenere le sementi desiderate, un po’ come si ordina un libro da una biblioteca. Tuttavia, questa visione è parziale e spesso fuorviante.

Il processo di recupero è molto più complesso e affascinante. Non si tratta di una semplice transazione, ma di un vero e proprio percorso di “archeologia agricola”. Accedere al germoplasma è solo il primo passo di un viaggio che richiede competenze legali per navigare trattati internazionali, rigore agronomico per garantire la purezza genetica e una visione strategica per reintrodurre la varietà nel suo territorio, trasformandola da reperto a risorsa economica e culturale viva. Questo non è un compito da eroi solitari; è un’impresa collettiva che trova la sua forza nelle reti di agricoltori custodi.

Ma se la vera chiave non fosse solo ottenere il seme, ma costruire attorno ad esso un intero ecosistema di conoscenza, protezione e valorizzazione? Questo articolo si propone come una guida strategica per le associazioni di agricoltori e gli enti parco, delineando il percorso completo: dalla comprensione del quadro normativo alle tecniche di isolamento in campo, fino alle strategie di storytelling per dare un futuro economico a queste preziose eredità del passato. Un manuale per trasformare la nostalgia in un progetto concreto di biodiversità coltivata.

Questo articolo esplora in dettaglio le tappe fondamentali di questo percorso, offrendo strumenti pratici e conoscenze scientifiche per affrontare ogni fase del recupero. Di seguito, il sommario degli argomenti che verranno trattati.

Legislazione sullo scambio di sementi

Il primo ostacolo, spesso percepito come insormontabile, è la burocrazia. L’accesso e lo scambio di materiale genetico non sono liberi, ma regolati da un quadro normativo internazionale e nazionale complesso, pensato per proteggere sia la biodiversità che i diritti dei Paesi d’origine. Il fulcro di questa legislazione è il Trattato Internazionale FAO sulle Risorse Fitogenetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura e il suo braccio operativo, il Protocollo di Nagoya. Questi accordi stabiliscono il principio della “condivisione giusta ed equa dei benefici” derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche. In pratica, prima di accedere a una banca del germoplasma, è quasi sempre necessario stipulare un Material Transfer Agreement (MTA). Questo contratto definisce le condizioni d’uso del materiale, specificando se può essere utilizzato per ricerca, moltiplicazione o commercializzazione e prevedendo meccanismi di ritorno dei benefici (monetari e non) alla comunità o al Paese d’origine.

La normativa europea, pur riconoscendo questi principi, introduce delle deroghe cruciali per le associazioni e i piccoli agricoltori. Lo scambio di sementi è consentito al di fuori dei canali commerciali, specialmente per le cosiddette “varietà da conservazione”. Queste deroghe permettono la circolazione di piccole quantità di sementi per scopi di ricerca, selezione partecipativa o all’interno di reti di agricoltori. È fondamentale documentare scrupolosamente l’origine e la genealogia della varietà, creando una sorta di “passaporto della semente”. Questo documento non è solo un requisito legale, ma il primo passo per ricostruire la storia e il valore della varietà recuperata. Navigare questa complessità legale può sembrare arduo, ma come sottolineato da esperti, queste regole non sono fatte per impedire il recupero, ma per garantirne la correttezza e la sostenibilità a lungo termine. Il Trattato FAO e il protocollo internazionale di Nagoya sull’accesso alle risorse genetiche regolano la condivisione dei benefici derivanti dal loro uso, richiedendo specifici accordi MTA prima dell’accesso alle banche del germoplasma.

Tecniche di isolamento per la purezza

Una volta ottenuto il prezioso campione di semi dalla banca del germoplasma, inizia la fase più delicata e cruciale: la moltiplicazione in campo. L’obiettivo non è solo aumentare la quantità di seme, ma preservarne l’integrità e la purezza genetica. Le varietà locali sono popolazioni, non cloni; possiedono una naturale eterogeneità che è parte della loro forza e resilienza. Tuttavia, per evitare l’inquinamento da polline di altre varietà della stessa specie (impollinazione incrociata), è indispensabile applicare rigorose tecniche di isolamento. La scelta della tecnica dipende dalla biologia fiorale della specie: autogama (si auto-feconda) o allogama (necessita di fecondazione incrociata).

Per le specie allogame come il mais o molte brassicacee, le principali strategie sono:

  • Isolamento spaziale: La più semplice ed efficace, consiste nel coltivare la varietà a una distanza di sicurezza da altre coltivazioni della stessa specie. Questa distanza può variare da poche centinaia di metri a diversi chilometri, a seconda della specie e degli agenti impollinatori (vento, insetti).
  • Barriere fisiche: Quando lo spazio è limitato, si possono utilizzare barriere naturali (come siepi alte o coltivazioni di specie diverse e a taglia alta, come il mais) o artificiali (gabbie di rete anti-insetto) per bloccare il flusso di polline esogeno.
  • Isolamento temporale: Si sfalsano le epoche di semina per evitare che la fioritura della varietà da proteggere coincida con quella di altre varietà vicine.
  • Insacchettamento: Per un controllo assoluto, specialmente nella produzione di seme di “prima generazione”, si possono insacchettare le singole infiorescenze prima che diventino recettive, per poi procedere con l’impollinazione manuale controllata.

Questo lavoro meticoloso è ciò che fanno quotidianamente le associazioni di agricoltori custodi. Ad esempio, secondo i dati dell’associazione Cercatori di Semi, la conservazione attiva riguarda spesso un numero elevato di varietà, a volte superando le 150 varietà di specie orticole conservate, ognuna con le proprie esigenze di isolamento.

Campo sperimentale con barriere di mais alte per isolamento varietale e gabbie di rete

Come visibile nell’immagine, la combinazione di diverse tecniche, come barriere naturali e coperture protettive, è spesso la strategia migliore per garantire la massima purezza del seme. Questo lavoro non solo preserva la varietà, ma costituisce il fondamento per tutte le fasi successive di caratterizzazione e valorizzazione.

Caratterizzazione fenotipica

Ottenere il seme puro è solo l’inizio. Per trasformare una varietà recuperata in una risorsa riconosciuta e valorizzabile, è indispensabile descriverla in modo scientifico e oggettivo. Questo processo è chiamato caratterizzazione fenotipica e consiste nel rilevare e documentare tutte le caratteristiche morfologiche, agronomiche e qualitative della pianta. Questo lavoro crea la “carta d’identità” della varietà, il suo passaporto ufficiale che ne attesta l’unicità e la distingue da tutte le altre. La caratterizzazione si basa su descrittori standardizzati, definiti da organizzazioni internazionali come l’UPOV (Unione Internazionale per la Protezione delle Novità Vegetali) e Bioversity International.

Questi descrittori coprono l’intero ciclo di vita della pianta, dalla germinazione alla maturazione del seme. Si misurano parametri quantitativi (altezza della pianta, peso dei frutti, resa) e si osservano caratteri qualitativi (colore dei fiori, forma delle foglie, habitus di crescita). La raccolta di questi dati deve essere sistematica e ripetuta per più cicli colturali, al fine di distinguere i caratteri stabili della varietà dalle variazioni dovute all’ambiente. Questo processo non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per l’iscrizione della varietà ai registri nazionali, un passo spesso necessario per la sua commercializzazione, anche se in circuiti di nicchia. Inoltre, fornisce dati preziosi per orientare il suo utilizzo agronomico e gastronomico.

Per strutturare questa analisi, si utilizzano schede di campo e protocolli precisi. Il seguente tavolo illustra alcuni dei descrittori standard usati nelle diverse fasi di sviluppo della pianta.

Come mostra una recente analisi comparativa delle procedure standard, la caratterizzazione è un processo metodico che richiede rigore scientifico.

Descrittori morfologici standard per caratterizzazione varietale
Fase di sviluppo Descrittori UPOV Descrittori Bioversity Metodo di rilevamento
Germinazione Vigore germinativo Velocità emergenza Test in laboratorio
Sviluppo vegetativo Altezza pianta Habitus di crescita Misurazioni in campo
Fioritura Epoca fioritura Colore fiore Osservazione fenologica
Fruttificazione Forma frutto Peso 1000 semi Analisi post-raccolta

Studio di caso: La caratterizzazione partecipativa in Veneto

Il progetto CONSEMI, attivo in Veneto, è un esempio emblematico di come la caratterizzazione possa diventare un’attività collettiva. Il progetto non si limita a mappare le varietà locali, ma indaga attivamente la capacità delle aziende agricole di “fare rete”. Attraverso la Casa delle Sementi di Isola Vicentina, promuove una gestione dinamica di popolazioni di cereali, coinvolgendo direttamente gli agricoltori nel processo di osservazione e descrizione, unendo il sapere scientifico al sapere contadino.

Patogeni trasmessi da seme (Seed-borne)

Un aspetto critico, spesso sottovalutato nel processo di recupero, è il rischio fitosanitario. I semi non sono solo vettori di vita, ma possono anche essere portatori di patogeni invisibili (funghi, batteri, virus) che possono compromettere l’intera coltivazione e persino diffondersi ad altre piante. Questi organismi, noti come “seed-borne pathogens”, possono rimanere dormienti nel seme per anni e attivarsi solo in condizioni ambientali favorevoli, causando malattie che portano a gravi perdite di raccolto. Recuperare una varietà senza verificarne lo stato sanitario significa correre il rischio di reintrodurre nel territorio non solo una pianta, ma anche le sue malattie. Ad esempio, nel settore del riso, secondo i dati del progetto Riso.Lo di Rete Semi Rurali, si registrano perdite molto elevate causate da Fusarium fujikuroi, un fungo trasmesso proprio attraverso il seme.

Le analisi fitosanitarie di laboratorio possono essere costose e inaccessibili per piccole associazioni. Tuttavia, esistono protocolli di screening a basso costo che, pur non avendo la precisione di un test molecolare, possono ridurre drasticamente i rischi. Si tratta di un approccio preventivo fondamentale che ogni agricoltore custode dovrebbe adottare. La termoterapia, ad esempio, consiste nell’immergere i semi in acqua calda a una temperatura controllata (solitamente tra 50-52°C) per un tempo definito (20-30 minuti). Questo trattamento è efficace per eliminare molti patogeni fungini e batterici senza danneggiare l’embrione. Altre tecniche includono l’ispezione visiva dei semi (a occhio nudo o con un semplice microscopio USB) per individuare macchie, deformazioni o la presenza di sclerozi fungini.

Questi controlli dovrebbero essere documentati nel “passaporto della semente”, creando una sezione dedicata al “passaporto fitosanitario” che attesti i test effettuati e i risultati ottenuti. Questo non solo aumenta la sicurezza, ma anche il valore e l’affidabilità del seme scambiato all’interno della rete.

Piano d’azione per lo screening fitosanitario a basso costo: i punti da verificare

  1. Blotter Test: Eseguire un test di germinazione su carta assorbente umida in un contenitore chiuso per evidenziare lo sviluppo di muffe fungine sui semi.
  2. Ispezione in acqua: Esaminare i semi immersi in acqua per identificare anomalie morfologiche, semi vuoti che galleggiano o la presenza di essudati batterici.
  3. Osservazione microscopica: Utilizzare un microscopio USB a basso costo per un’ispezione dettagliata della superficie del seme alla ricerca di spore o micelio.
  4. Termoterapia controllata: Applicare un trattamento con acqua calda (es. 50-52°C per 20-30 minuti, a seconda della specie) per devitalizzare i patogeni superficiali.
  5. Disinfezione biologica: Valutare trattamenti con estratti naturali ad azione antifungina o antibatterica, come aglio o timo, prima della semina.

Reti di agricoltori custodi

Il recupero e la conservazione della biodiversità agricola non possono essere un’impresa solitaria. Il vero motore di questo movimento sono le reti di agricoltori custodi: organizzazioni, associazioni e collettivi che lavorano insieme per la gestione dinamica delle risorse genetiche. Queste reti rappresentano un modello di governance collaborativa che va oltre la semplice conservazione “museale” delle sementi. Il loro approccio è basato sulla coltivazione continua, la selezione partecipativa e lo scambio costante di semi e conoscenze. In questo modo, le varietà non solo vengono preservate, ma continuano a evolversi e ad adattarsi ai cambiamenti climatici e alle specificità dei diversi territori. Sono il cuore pulsante del “germoplasma vivente”.

Organizzazioni come Rete Semi Rurali in Italia sono un esempio lampante di questo modello. Si tratta di un’associazione di secondo livello che riunisce 34 organizzazioni locali, creando una piattaforma nazionale per lo scambio di informazioni, la promozione di iniziative e la difesa politica dei diritti degli agricoltori sull’uso delle proprie sementi. Attraverso progetti, pubblicazioni e le “Case delle Sementi”, queste reti forniscono supporto tecnico, legale e scientifico ai singoli agricoltori, rompendo l’isolamento e creando una massa critica capace di dialogare con le istituzioni e il mondo della ricerca.

L’immagine di una Casa delle Sementi comunitaria cattura perfettamente l’essenza di queste reti: non un freddo laboratorio, ma un luogo di incontro, di scambio intergenerazionale e di passione condivisa. Qui, il sapere contadino si fonde con il rigore scientifico, e le mani esperte degli anziani insegnano ai giovani a riconoscere, selezionare e conservare un patrimonio che è al tempo stesso genetico e culturale.

Casa dei semi comunitaria con agricoltori che catalogano e scambiano varietà locali

Come sottolinea Riccardo Bocci, direttore tecnico di Rete Semi Rurali, la missione di queste organizzazioni è intrinsecamente olistica:

La Rete si occupa di agricoltura, sementi, conservazione della biodiversità, per noi è importante mettere insieme questi temi

– Riccardo Bocci, Direttore tecnico Rete Semi Rurali

L’adesione a una di queste reti è forse il passo più strategico che un’associazione o un ente parco possa compiere. Significa entrare a far parte di un ecosistema di supporto che offre soluzioni pratiche ai problemi di tutti i giorni e una voce collettiva per promuovere un modello agricolo più giusto e sostenibile.

Sementi ibride vs popolazioni locali

Una delle ragioni principali per cui le varietà locali sono state abbandonate è l’avvento delle sementi ibride F1, che hanno dominato l’agricoltura convenzionale a partire dal secondo dopoguerra. Comprendere le differenze fondamentali tra questi due tipi di seme è essenziale per apprezzare il valore del recupero delle popolazioni locali. Gli ibridi F1 sono il risultato dell’incrocio controllato tra due linee parentali pure e altamente selezionate. Il risultato è una prima generazione (F1) che manifesta il fenomeno dell’eterosi, o “vigore ibrido”: piante estremamente uniformi, produttive e con caratteristiche specifiche desiderate dall’industria (es. contemporaneità di maturazione, resistenza al trasporto). Tuttavia, questo vigore si perde nelle generazioni successive. I semi raccolti da una pianta ibrida F1 daranno origine a una progenie (F2) disomogenea e con prestazioni produttive drasticamente inferiori. Questo costringe l’agricoltore a riacquistare il seme ogni anno, creando una dipendenza economica dalle ditte sementiere.

Le popolazioni locali, al contrario, sono il frutto di secoli di selezione massale e adattamento a uno specifico ambiente. Sono geneticamente eterogenee: ogni pianta è leggermente diversa dall’altra. Questa diversità, che per l’industria è un difetto, è in realtà la loro più grande forza. Permette alla popolazione nel suo insieme di avere una maggiore resilienza ai cambiamenti climatici, alle malattie e agli stress ambientali. Se un’annata è particolarmente siccitosa, le piante più resistenti sopravviveranno e trasmetteranno i loro geni, permettendo alla popolazione di adattarsi nel tempo. Sono auto-riproducibili, garantendo all’agricoltore l’autonomia sementiera. Un esempio concreto è dato dalle 13 varietà ortive tradizionali conservate nella Banca del Germoplasma dell’Arcipelago Toscano, che hanno dimostrato un’elevata resilienza a siccità e temperature elevate.

Il seguente tavolo riassume le differenze chiave tra i due approcci, evidenziando i vantaggi intrinseci delle popolazioni locali per un’agricoltura sostenibile e a basso input.

Confronto tra sementi ibride F1 e popolazioni locali
Caratteristica Ibridi F1 Popolazioni locali
Uniformità Molto alta Eterogeneità naturale
Adattamento locale Limitato Elevato dopo generazioni
Riproducibilità Non riproducibili Auto-riproducibili
Input esterni richiesti Elevati Minimi
Resilienza climatica Dipendente da input Intrinseca
Idoneità consociazioni Limitata Ottimale

Rischi di brevetto e costi delle sementi

Il modello agricolo basato sugli ibridi F1 ha introdotto un’altra questione critica: la privatizzazione delle risorse genetiche attraverso i brevetti. Un brevetto su una semente o su un carattere genetico conferisce al detentore il monopolio esclusivo sul suo utilizzo, vietando agli agricoltori di riseminare, scambiare o selezionare quel materiale vegetale. Questo sistema ha trasformato il seme da bene comune a merce controllata da poche multinazionali, con conseguenze dirette sui costi per gli agricoltori e sulla libertà di ricerca e selezione. Le popolazioni locali, essendo creazioni collettive e in continua evoluzione, sono concettualmente l’antitesi del sistema dei brevetti. Tuttavia, non sono immuni dai rischi: un’azienda potrebbe isolare un gene interessante da una varietà locale e brevettarlo, di fatto espropriando la comunità del suo patrimonio.

Questa deriva è ben sintetizzata dalle parole di Riccardo Bocci, che descrive una trasformazione sistemica del ruolo dell’agricoltore:

Gli agricoltori sono stati esclusi dalla gestione del seme, ormai una prerogativa delle ditte sementiere. Come vuole il nostro sistema capitalistico, l’agricoltore è diventato un cliente delle ditte.

– Riccardo Bocci, Vice Italia – Intervista sullo scambio semi

In risposta a questa privatizzazione, sta crescendo un movimento globale per la liberalizzazione delle sementi, ispirato al mondo del software libero. Iniziative come l’Open Source Seed Initiative (OSSI) propongono una “licenza open source” per le sementi: chiunque può usarle, riseminarle e migliorarle, a condizione che qualsiasi derivato rimanga anch’esso libero e non brevettabile. Le Case delle Sementi promosse da reti come Rete Semi Rurali in Italia sono la manifestazione concreta di questo spirito. Sono baluardi di resistenza che promuovono la gestione collettiva e la libera circolazione delle sementi come alternativa al monopolio. Il crescente interesse per queste iniziative è un segnale forte: esistono circa 80 iniziative mappate come Case delle sementi in Europa, che testimoniano un desiderio diffuso di riappropriarsi del controllo sulla base stessa dell’agricoltura.

Da ricordare

  • Il recupero di una varietà locale è un processo strategico che va oltre la semplice richiesta burocratica, richiedendo competenze legali, agronomiche e di rete.
  • La purezza genetica e lo stato sanitario del seme sono le fondamenta non negoziabili per una reintroduzione di successo e per evitare rischi fitosanitari.
  • Le reti di agricoltori custodi e le Case delle Sementi sono l’infrastruttura sociale essenziale per la gestione collettiva, la difesa dai brevetti e la valorizzazione della biodiversità.

Dalla semente al mercato: lo storytelling per valorizzare il terroir genetico

L’ultimo anello della catena del recupero, quello che chiude il cerchio e garantisce un futuro sostenibile alla varietà, è la sua valorizzazione economica e culturale. Una varietà che non viene coltivata, consumata e apprezzata è destinata a tornare in un cassetto della banca del germoplasma. Per evitare questo, è necessario costruire attorno ad essa una narrazione potente, una storia che la colleghi al suo territorio, alle sue tradizioni e alle sue qualità uniche. Questo è il concetto di “terroir genetico”: l’idea che il valore di un prodotto agricolo non derivi solo dalle sue caratteristiche organolettiche, ma anche dalla sua storia genetica e dal contesto culturale in cui si è evoluto.

Lo storytelling diventa quindi uno strumento di marketing fondamentale. Non si vende solo un ortaggio o un cereale, ma un pezzo di storia, un’esperienza, un valore. Un esempio magnifico di questo processo è il recupero della Cipolla di Patresi all’Isola d’Elba. Recuperata grazie al lavoro della Banca del Germoplasma dell’Arcipelago Toscano, questa varietà non è stata semplicemente reintrodotta nei campi, ma è diventata un prodotto identitario, un simbolo del territorio, ricercato da chef, turisti e consumatori consapevoli. Il suo successo non si basa solo sul sapore, ma sulla storia di recupero, sulla sua unicità e sul legame con la comunità locale.

Per costruire una strategia di valorizzazione efficace, le associazioni possono seguire diversi percorsi:

  • Documentazione storica: Raccogliere testimonianze, ricette antiche e racconti legati alla varietà per costruire una narrazione autentica.
  • Partnership strategiche: Collaborare con chef, ristoratori e agriturismi per inserire la varietà nei menu, spiegandone la storia e le qualità.
  • Eventi di “archeologia gastronomica”: Organizzare degustazioni, mercati contadini e sagre dedicate alla varietà recuperata per farla conoscere direttamente al pubblico.
  • Comunicazione scientifica: Divulgare le analisi nutrizionali che spesso rivelano nelle varietà antiche un contenuto superiore di antiossidanti e micronutrienti.
  • Certificazione partecipativa: Creare un marchio locale, gestito dalla comunità, che garantisca l’origine e il metodo di coltivazione, coinvolgendo i consumatori nel processo di garanzia.

Questo approccio trasforma l’agricoltore da semplice produttore a narratore e custode di un patrimonio. La valorizzazione non è più solo una questione di prezzo, ma di significato. È così che un seme, salvato dall’oblio, può diventare il motore di un piccolo’economia locale basata sulla biodiversità.

Per chiudere il ciclo dal recupero al reddito, è cruciale padroneggiare le strategie per integrare lo storytelling in un piano di valorizzazione.

Per avviare il vostro progetto di recupero, il primo passo è mappare le risorse legali e agronomiche disponibili nel vostro territorio e contattare la rete di agricoltori custodi più vicina, trasformando l’intenzione di salvare una varietà in un piano d’azione concreto e condiviso.

Scritto da Marco Valenti, Agronomo senior specializzato in colture estensive e agricoltura conservativa con oltre 20 anni di esperienza in campo. Esperto in gestione della fertilità del suolo e ottimizzazione delle rese per mais e cereali vernini.