
Le viti TEA non sono una “bacchetta magica” contro la peronospora, ma un potente strumento la cui efficacia dipende interamente dalla strategia con cui verrà impiegato.
- La resistenza genetica basata su un singolo gene è fragile; la durabilità richiede un’architettura genetica diversificata nel vigneto (pyramiding, mosaici).
- Il costo iniziale del materiale brevettato va analizzato come un investimento a lungo termine (ammortamento biotecnologico) da comparare alla drastica riduzione dei trattamenti.
Raccomandazione: Progettare un “sistema-vigneto” resiliente, integrando genetica, agronomia e monitoraggio, piuttosto che limitarsi a sostituire un fungicida con una pianta “miracolosa”.
La viticoltura europea è stretta in una morsa. Da un lato, la pressione crescente di patogeni come la peronospora, esacerbata dai cambiamenti climatici; dall’altro, la necessità impellente di ridurre l’impatto ambientale della difesa fitosanitaria. Il dato è emblematico: in Europa, la vite occupa solo il 2% della superficie agricola ma impiega una quota sproporzionata di fungicidi. Secondo i dati presentati dall’Università di Verona, la vite usa il 41% dei fungicidi, con il rame al centro di un dibattito sempre più acceso a causa del suo accumulo nei suoli.
In questo scenario complesso, l’attenzione si è catalizzata su una nuova frontiera della genetica: le Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA). Presentate come una soluzione potenzialmente rivoluzionaria, promettono di creare cloni di vitigni storici (Chardonnay, Sangiovese, Nebbiolo) dotati di una resistenza intrinseca alle malattie, senza alterarne l’identità genetica fondamentale. La domanda che ogni viticoltore si pone è lecita: siamo di fronte alla soluzione definitiva che ci libererà dalla schiavitù dei trattamenti? La risposta, però, è molto più sfumata di un semplice “sì” o “no”.
Questo articolo si discosta dalla narrazione semplicistica della “pianta magica”. Adotteremo una prospettiva strategica, rivolta al viticoltore come imprenditore. Analizzeremo le TEA non come un prodotto, ma come un fattore produttivo da integrare in un sistema complesso. Esploreremo le differenze con le alternative esistenti, i rischi di una resistenza non durevole, le implicazioni economiche dei brevetti e le strategie agronomiche necessarie per massimizzarne i benefici a lungo termine. L’obiettivo non è solo capire cosa sono le TEA, ma come possono, e a quali condizioni, diventare un pilastro di una viticoltura davvero sostenibile e resiliente per il futuro.
Per navigare in questo tema complesso ma cruciale, abbiamo strutturato l’analisi in sezioni chiare, che affrontano ogni aspetto della questione dal punto di vista del viticoltore. Ecco la mappa del nostro percorso.
Sommario: Le TEA in viticoltura, un’analisi strategica per il futuro
- Differenza tra OGM e TEA (Crispr/Cas9)
- Vitigni PIWI (Pilzwiderstandsfähig)
- Resistenza durevole vs superamento
- Rischi di brevetto e costi delle sementi
- Sperimentazione in campo
- Rischi legali della risemina non autorizzata
- Alternative al rame in viticoltura
- Come pianificare la difesa fitosanitaria annuale rispettando i limiti del PAN e del mercato?
Differenza tra OGM e TEA (Crispr/Cas9)
Prima di ogni valutazione strategica, è fondamentale chiarire un punto cruciale che genera ancora molta confusione: le Tecniche di Evoluzione Assistita non sono Organismi Geneticamente Modificati (OGM) nel senso tradizionale del termine. La distinzione non è solo una sottigliezza semantica, ma un concetto sostanziale con profonde implicazioni normative e di accettazione pubblica. Gli OGM classici (transgenesi) prevedono l’inserimento nel DNA di una pianta di geni provenienti da specie diverse, anche non correlate (es. un gene di batterio in una pianta di mais). Le TEA, e in particolare la tecnologia CRISPR-Cas9, operano invece in modo completamente diverso.
Questa tecnologia, spesso descritta come un “bisturi molecolare”, permette di modificare con estrema precisione il genoma di una pianta senza inserire DNA estraneo. Si parla in questo caso di cisgenesi (se si sposta un gene dalla stessa specie) o, più frequentemente, di mutagenesi sito-diretta. In pratica, si “spegne” o si modifica un gene già esistente nella pianta per ottenere la caratteristica desiderata. Il risultato finale è una pianta che avrebbe potuto teoricamente originarsi in natura tramite una mutazione spontanea o attraverso lunghi processi di incrocio tradizionale, ma ottenuta in tempi molto più brevi e con un controllo assoluto. Le ricerche condotte dal CREA confermano un’accuratezza del 100% nel modificare il singolo gene target, evitando alterazioni indesiderate.
Questo approccio è stato definito da Luigi Cattivelli del CREA come un’imitazione accelerata e precisa dei processi naturali:
Le mutazioni, che siano indotte da fattori esterni o che avvengano durante la riproduzione, sono il fondamento della biodiversità sulla Terra. Le Tea non fanno altro che imitare tali meccanismi, solamente in maniera molto più precisa e veloce.
– Luigi Cattivelli, CREA – Intervento su AgroNotizie
Studio di caso: Il primo vigneto TEA d’Europa a Verona
La teoria è già diventata pratica. Nel settembre 2024, lo spin-off EdiVite dell’Università di Verona ha messo a dimora le prime viti di Chardonnay editate con CRISPR-Cas9. L’intervento ha “silenziato” il gene DMR6, un gene di suscettibilità alla peronospora, rendendo le piante resistenti. Questo campo sperimentale di 250 metri quadrati non è solo un test scientifico, ma rappresenta il primo vigneto TEA in campo aperto d’Europa, un passo storico che sposta la discussione dal laboratorio al terroir.
Vitigni PIWI (Pilzwiderstandsfähig)
Prima dell’avvento delle TEA, la principale via genetica per ottenere viti resistenti alle malattie fungine era rappresentata dai vitigni PIWI (acronimo tedesco per “Pilzwiderstandsfähig”, ovvero “viti resistenti ai funghi”). Questi vitigni sono il risultato di decenni di incroci tradizionali tra la Vitis vinifera (le nostre varietà classiche) e altre specie di vite, principalmente americane o asiatiche, naturalmente resistenti a patogeni come peronospora e oidio. Il risultato sono varietà completamente nuove, come Solaris, Bronner o Souvignier Gris, che mantengono una percentuale molto alta del genoma di Vitis vinifera (spesso il 95-98%) ma ereditano i geni di resistenza dalle specie selvatiche.
La differenza strategica con le TEA è netta: con i PIWI si introduce una nuova varietà, con le sue caratteristiche organolettiche specifiche, che deve trovare un suo spazio di mercato. Con le TEA, invece, si lavora su un clone identico della varietà originale (es. uno Chardonnay), preservandone la tipicità e il legame con il terroir e le denominazioni. In Italia, i PIWI sono una realtà consolidata, con circa 200 produttori e 364 vini PIWI registrati nel 2024, autorizzati in diverse regioni. Il loro principale limite, tuttavia, è l’esclusione (salvo rare eccezioni) dalle DOC e DOCG, che ne frena la diffusione nelle aree viticole più prestigiose.

La scelta tra PIWI e TEA non è quindi solo tecnica, ma profondamente legata al modello di business del viticoltore. I PIWI rappresentano un’opportunità per chi vuole esplorare nuovi mercati e profili di gusto, puntando sulla narrazione della sostenibilità. Le TEA si rivolgono a chi vuole mantenere la propria identità varietale e di denominazione, rendendola più sostenibile dal punto di vista agronomico. Il seguente quadro riassume i parametri chiave per questa decisione.
| Parametro | PIWI | TEA |
|---|---|---|
| Tempo di ottenimento | 10-15 anni | 3-5 anni |
| Conservazione tipicità varietale | Nuova varietà (95-98% Vitis vinifera) | Clone identico della varietà originale |
| Accettazione mercato | Limitata (non utilizzabile in DOC/DOCG) | Potenzialmente totale (in attesa normativa UE) |
| Tipo di resistenza | Poligenica (più duratura) | Monogenica o oligogenica |
| Stato autorizzativo Italia | Già autorizzati in 10 regioni | Solo sperimentazione in campo |
Resistenza durevole vs superamento
L’entusiasmo per le viti TEA resistenti alla peronospora deve essere temperato da una lezione fondamentale che l’agricoltura ha imparato a sue spese: la natura si adatta. Affidarsi a un’unica strategia di difesa, per quanto potente, crea una pressione selettiva enorme sul patogeno, che prima o poi evolverà per “superare” la resistenza. Questo fenomeno, noto come erosione della resistenza, è il rischio più grande associato a un’adozione massiccia e acritica di un singolo “super-clone” TEA. Se l’intero distretto del Prosecco, ad esempio, venisse reimpiantato con un solo clone di Glera resistente, si creerebbe lo scenario perfetto per l’emergere di un ceppo di peronospora in grado di aggirare quella specifica difesa genetica, rendendo l’investimento vano in pochi anni.
La soluzione a questo problema non è rinunciare alla tecnologia, ma usarla in modo più intelligente, progettando una vera e propria architettura genetica del vigneto. Come sottolinea Giorgio Gambino del CNR-IPSP, la chiave è la diversità.
Affidarsi a un singolo super-clone TEA è strategicamente rischioso quanto affidarsi a un singolo fungicida. La vera resilienza sta nella diversità genetica gestita all’interno del vigneto.
– Giorgio Gambino, CNR-IPSP Torino, intervista AgroNotizie
Questo concetto si traduce in strategie concrete che mirano a rendere molto più difficile l’adattamento del patogeno. La più promettente è il cosiddetto “pyramiding”, che consiste nell’inserire più geni di resistenza diversi nella stessa pianta, costringendo il fungo a superare più barriere contemporaneamente.
Studio di caso: La strategia del “Pyramiding Genetico” del CREA
Per affrontare il rischio di superamento, i ricercatori del CREA stanno già lavorando su strategie avanzate di “pyramiding”. L’approccio consiste nell’editare una varietà di vite non con uno, ma con più geni di resistenza, ognuno con un meccanismo d’azione diverso. Ad esempio, si può combinare il silenziamento di un gene di suscettibilità con l’inserimento di un gene di resistenza proveniente da una vite selvatica. Questo rende esponenzialmente più complesso per il patogeno sviluppare meccanismi di adattamento, garantendo una resistenza molto più durevole nel tempo, come dimostrato in progetti simili su altre colture.
Piano d’azione: Strategie per garantire la durabilità della resistenza
- Implementare il pyramiding: Al momento del reimpianto, scegliere cloni che incorporino 2-3 geni di resistenza diversi, se disponibili.
- Gestione a mosaico: Alternare filari o parcelle con cloni dotati di geni di resistenza differenti per creare una discontinuità genetica che rallenti la diffusione del patogeno.
- Creare aree rifugio: Mantenere una piccola percentuale (5-10%) del vigneto con piante tradizionali suscettibili. Questo riduce la pressione selettiva e permette la sopravvivenza di ceppi di patogeno “semplici”, rallentando l’evoluzione di quelli “super-resistenti”.
- Monitoraggio continuo: Collaborare con i centri di ricerca per analizzare annualmente i ceppi di peronospora presenti nel proprio areale e identificare precocemente eventuali segni di adattamento.
- Pianificare la rotazione: In un’ottica di lungo periodo (20-25 anni), prevedere che i futuri reimpianti possano utilizzare cloni con geni di resistenza nuovi e diversi da quelli attuali.
Rischi di brevetto e costi delle sementi
Una volta superato lo scoglio tecnologico e agronomico, il viticoltore si trova di fronte a una questione prettamente economica: il costo e la proprietà intellettuale. Le piante ottenute tramite TEA, essendo il frutto di un’intensa attività di ricerca e sviluppo, saranno coperte da brevetto. Questo significa due cose: un costo per barbatella potenzialmente più alto e il divieto di moltiplicare autonomamente il materiale vegetale. Le paure di un monopolio da parte di poche grandi multinazionali sementiere e di un’esplosione dei costi sono legittime e vanno affrontate con lucidità.
I dati attuali, sebbene preliminari e basati su altri mercati, indicano un differenziale di prezzo significativo. Secondo analisi di mercato, le barbatelle brevettate possono costare fino a 6 €, rispetto ai 3-3,80 € di quelle tradizionali. Questo sovrapprezzo, tuttavia, non può essere visto come un semplice costo aggiuntivo, ma va inquadrato in un’analisi di ammortamento biotecnologico. Il viticoltore deve calcolare il ritorno sull’investimento (ROI) considerando i mancati costi dei trattamenti fungicidi (prodotti, manodopera, carburante), la maggiore stabilità produttiva e la potenziale riduzione dei premi assicurativi contro le calamità. Un investimento iniziale più alto potrebbe essere ammortizzato in pochi anni grazie a questi risparmi.
Inoltre, il panorama dei brevetti non è monolitico. Stanno emergendo modelli alternativi a quello puramente privato, che potrebbero mitigare i costi e garantire un accesso più equo alla tecnologia.
Studio di caso: Il modello di brevetto pubblico-privato di EdiVite
EdiVite, lo spin-off dell’Università di Verona che ha sviluppato le viti TEA resistenti, ha adottato un interessante modello di partnership pubblico-privata. L’università, ente pubblico, mantiene la proprietà intellettuale del metodo e della pianta editata, mentre l’azienda privata si occupa della commercializzazione e della distribuzione. Questo approccio, promosso da Vivai Cooperativi Rauscedo, potrebbe garantire che le royalty richieste ai viticoltori siano più contenute rispetto a quelle imposte da un brevetto interamente detenuto da un soggetto privato, mantenendo al contempo un incentivo economico per l’innovazione. È un modello che mira a bilanciare l’interesse pubblico con la sostenibilità economica della ricerca.
Sperimentazione in campo
Una pianta resistente in laboratorio è una promessa; una pianta resistente in un vigneto reale è una soluzione. Il passaggio dalla serra al campo aperto è il momento della verità per qualsiasi innovazione agronomica, e per le TEA questo è particolarmente vero. La sperimentazione in campo, autorizzata in Italia dal “decreto siccità” del 2023, ha l’obiettivo di rispondere a domande che nessuna analisi di laboratorio può esaurire. L’adattabilità della pianta alle condizioni pedoclimatiche specifiche, la sua reale efficacia contro i ceppi locali del patogeno e, soprattutto per la viticoltura di qualità, il mantenimento delle caratteristiche organolettiche e del legame con il terroir.
La primissima sperimentazione italiana con TEA in campo ha riguardato il riso, con circa 200 piante di riso TEA piantate nel maggio 2024, un evento definito “storico” dalla professoressa Vittoria Brambilla dell’Università di Milano. Ma è nel settore vitivinicolo che la posta in gioco è più alta, data l’importanza della tipicità varietale. Il timore principale di un viticoltore di Barolo o di Montalcino non è solo sconfiggere la peronospora, ma farlo senza che il suo Nebbiolo o Sangiovese perda l’impronta unica che lo rende riconoscibile e prezioso. Per questo, i protocolli di sperimentazione sono estremamente rigorosi.
Studio di caso: Il protocollo per la valutazione del terroir a Verona
Nel vigneto sperimentale di San Floriano, dove sono state piantate le viti di Chardonnay TEA, il protocollo di valutazione è stato disegnato specificamente per rispondere alla domanda sul terroir. Accanto alle 5 piante editate, sono state impiantate 5 piante di controllo (Chardonnay tradizionale) nello stesso identico micro-appezzamento. Il protocollo, supervisionato dall’Università di Verona e supportato da Federvini, prevede per i prossimi anni non solo il monitoraggio della resistenza, ma anche micro-vinificazioni separate delle uve provenienti dalle due tesi. Seguiranno analisi chimiche e sensoriali (panel di degustazione alla cieca) per verificare scientificamente se l’editing genetico ha avuto un impatto, anche minimo, sul profilo aromatico e gustativo del vino, garantendo così il mantenimento dell’espressione del terroir.
Rischi legali della risemina non autorizzata
L’adozione di materiale vegetale brevettato introduce un quadro di regole che il mondo agricolo, abituato a pratiche come l’innesto o la selezione massale, deve comprendere a fondo. La moltiplicazione non autorizzata di una varietà coperta da brevetto è una violazione della proprietà intellettuale e comporta rischi legali e sanzioni significative. È un errore pensare di poter acquistare poche barbatelle TEA per poi riprodurle autonomamente e impiantare un intero vigneto. I detentori dei brevetti dispongono di strumenti sempre più efficaci per scoprire eventuali abusi.
L’avvocato Roberto Manno, esperto del settore, chiarisce un punto importante: il diritto del costitutore della varietà (chi detiene il brevetto) si concentra sul materiale di propagazione (barbatelle, gemme), non sui frutti. Un viticoltore che acquista legalmente le barbatelle può liberamente vendere l’uva o il vino che ne deriva. Il problema sorge se si utilizza parte del raccolto (es. tralci per innesti) per propagare ulteriormente le piante senza autorizzazione. È qui che la legge interviene.
Studio di caso: La tracciabilità genetica per la protezione dei brevetti
Come può un’azienda vivaistica o un consorzio scoprire se un viticoltore sta moltiplicando illegalmente le sue viti brevettate? La risposta è nella stessa genetica. Le moderne tecnologie permettono di inserire nel DNA delle piante dei “marcatori genetici”, piccole sequenze uniche e non codificanti che funzionano come un codice a barre. Attraverso una semplice analisi di un campione di foglia, è possibile identificare con certezza assoluta se quella pianta è un clone brevettato o meno. Questa tecnologia, già utilizzata per certificare l’autenticità varietale (es. per garantire che un clone di Sangiovese sia veramente quello dichiarato), può essere impiegata efficacemente per la tutela della proprietà intellettuale e la verifica di violazioni contrattuali.
I viticoltori che sceglieranno di investire in piante TEA dovranno quindi agire con la stessa diligenza che si applica all’acquisto di qualsiasi altro bene coperto da licenza, leggendo attentamente i contratti di fornitura e rispettando i vincoli sulla propagazione. Ignorare queste regole non è una scorciatoia, ma un rischio d’impresa che può costare molto caro.
Alternative al rame in viticoltura
Le TEA, per quanto promettenti, non arriveranno sul mercato su larga scala prima di diversi anni. Nel frattempo, la pressione per ridurre l’uso del rame, limitato dal Piano di Azione Nazionale (PAN) a una media di 28 kg/ha su 7 anni, è una realtà attuale. È quindi imperativo considerare le TEA non come l’unica soluzione, ma come il vertice di una piramide di intervento che include molteplici strategie già disponibili. L’approccio integrato è l’unica via per una difesa sostenibile oggi e per preparare il terreno all’arrivo delle nuove genetiche.
Alla base di questa piramide ci sono le pratiche agronomiche preventive. Una corretta gestione della chioma (sfogliatura, potatura verde) per favorire l’arieggiamento dei grappoli, un’attenzione alla vitalità e al drenaggio del suolo e una scelta oculata del portainnesto sono il primo, fondamentale passo per ridurre la pressione della malattia. Un vigneto equilibrato e sano è intrinsecamente meno suscettibile.
Salendo nella piramide, troviamo i prodotti a basso impatto che possono affiancare o sostituire il rame. Tra questi vi sono gli induttori di resistenza (come i fosfonati), che stimolano le difese naturali della pianta, e gli agenti di biocontrollo, come batteri (es. Bacillus subtilis) o funghi antagonisti che competono con la peronospora. A questo si aggiunge l’uso di sistemi di supporto alle decisioni (DSS), software che, basandosi su dati meteo e modelli previsionali, aiutano a posizionare i trattamenti solo quando strettamente necessario, ottimizzandone l’efficacia e riducendo il numero di interventi.
Infine, al vertice della piramide si collocano le soluzioni genetiche: i vitigni PIWI per i nuovi impianti in aree senza vincoli di denominazione e, in futuro, le TEA per il rinnovo dei vigneti storici. L’errore strategico sarebbe pensare che il vertice possa esistere senza una base solida. Anche la vite TEA più resistente beneficerà di una corretta gestione agronomica e di un monitoraggio attento.
Punti chiave da ricordare
- Le TEA (CRISPR) modificano geni esistenti senza inserire DNA estraneo, differenziandosi profondamente dagli OGM transgenici.
- La resistenza a lungo termine non può basarsi su un singolo “super-clone”, ma richiede una diversificazione genetica nel vigneto (mosaici, pyramiding) per contrastare l’adattamento del patogeno.
- L’investimento in barbatelle brevettate, più costose, va calcolato come un ammortamento basato sulla drastica riduzione dei costi di difesa e sulla stabilità produttiva.
Come pianificare la difesa fitosanitaria annuale rispettando i limiti del PAN e del mercato?
La pianificazione della difesa fitosanitaria sta evolvendo da un modello reattivo (“vedo la malattia e tratto”) a un approccio proattivo e sistemico. L’obiettivo non è più solo “combattere la peronospora”, ma progettare un sistema-vigneto che sia intrinsecamente resiliente e in grado di difendersi con un input esterno minimo. In questo nuovo paradigma, le TEA e le altre innovazioni diventano tessere di un mosaico molto più ampio. Il potenziale è enorme: il CREA evidenzia come si possa passare da oltre 20 trattamenti annui a soli 2-3 con vitigni resistenti, un cambiamento che rivoluziona l’economia e l’organizzazione del lavoro in azienda.
Pianificare la difesa significa, prima di tutto, conoscere e monitorare. Utilizzare stazioni meteo, modelli previsionali e monitoraggio costante in campo per capire quando il rischio di infezione è reale. Significa poi integrare tutte le strategie disponibili secondo una logica di priorità: massimizzare l’efficacia delle pratiche agronomiche (base della piramide), usare prodotti a basso impatto in modo mirato e, infine, fare scelte strategiche sul materiale genetico al momento del reimpianto. La scelta tra PIWI e TEA dipenderà dal posizionamento di mercato, dai vincoli delle denominazioni e dagli obiettivi a lungo termine dell’azienda.
Come afferma Massimo Gardiman del CREA, si tratta di un vero e proprio cambio di mentalità che pone il viticoltore al centro come progettista del proprio ecosistema agricolo.
Invece di pianificare una difesa ‘contro’ le malattie, dobbiamo progettare un sistema-vigneto intrinsecamente resiliente attraverso la scelta strategica del mix varietale, il disegno dell’impianto e la promozione della biodiversità funzionale.
– Massimo Gardiman, CREA Centro Viticoltura ed Enologia
Rispettare i limiti del PAN e le richieste di un mercato sempre più attento alla sostenibilità non sarà quindi una questione di trovare il prodotto sostitutivo del rame, ma di orchestrare un insieme di soluzioni. Le TEA saranno uno strumento potentissimo in questa orchestra, forse il primo violino, ma non potranno suonare da sole. La vera sostenibilità, economica e ambientale, risiederà nella capacità del viticoltore di diventare il direttore di questo complesso ma affascinante sistema.
Per tradurre questi concetti in azioni concrete, il passo successivo consiste nell’analizzare la propria realtà aziendale e valutare come queste nuove strategie possano integrarsi nel vostro specifico sistema-vigneto, iniziando già oggi a implementare le pratiche agronomiche e di monitoraggio che ne costituiranno le fondamenta.