Pubblicato il Marzo 15, 2024

La progressiva svalutazione dei terreni agricoli in Sicilia e Sardegna non è un destino inevitabile, ma il sintomo di un modello di gestione ormai superato di fronte agli shock climatici.

  • Il valore del terreno dipende dalla salute del suolo, la cui capacità di trattenere acqua è il primo scudo contro la siccità.
  • Le tecniche a basso costo come il “No-Tillage” e l’agroforestazione offrono ritorni economici superiori all’agricoltura convenzionale e all’abbandono.

Raccomandazione: Smettere di applicare soluzioni tampone e iniziare a riprogettare l’azienda agricola come un ecosistema integrato, dove ogni elemento (suolo, acqua, biodiversità) contribuisce a creare valore e a proteggere il capitale fondiario.

Per un proprietario terriero in Sicilia o in Sardegna, il bollettino del clima suona sempre più come una sentenza. Ogni stagione di siccità non solo minaccia il raccolto, ma erode silenziosamente il bene più prezioso: il valore fondiario. La terra si inaridisce, la produttività crolla e con essa il capitale di una vita. Di fronte a questa emorragia, la tentazione è quella di ricorrere a soluzioni note, come scavare nuovi pozzi o intensificare le lavorazioni, sperando in un’annata migliore. Altri, sfiduciati, considerano l’abbandono come l’unica, amara via d’uscita.

Queste reazioni, per quanto comprensibili, si limitano a tamponare la ferita senza curare la malattia. Continuano a trattare l’azienda agricola come una fabbrica a cielo aperto, dipendente da input esterni sempre più scarsi e costosi, come l’acqua e i fertilizzanti. Ma se la vera chiave non fosse resistere allo shock, ma assorbirlo? E se l’agricoltura stessa, da vittima del cambiamento climatico, potesse diventare la protagonista della propria rinascita?

Questo articolo propone un cambio di paradigma. Invece di offrire un catalogo di tecniche isolate, delineeremo una strategia olistica per trasformare la vostra azienda in un ecosistema resiliente. Un organismo vivente e integrato dove suolo, acqua, piante e gestione economica lavorano in sinergia per garantire produttività, aumentare il valore del patrimonio e resistere agli urti di un futuro incerto. Non parleremo solo di sopravvivenza, ma di una nuova prosperità basata sull’ingegneria naturale e sulla saggezza agronomica.

Analizzeremo passo dopo passo come ricostruire il capitale più importante, il suolo, per poi esplorare tecniche di gestione idrica innovative e strategie di diversificazione che trasformano i problemi in fonti di reddito. Questo non è un manuale di agricoltura utopica, ma un piano d’azione per imprenditori che vogliono difendere e valorizzare la propria terra.

Ruolo della sostanza organica nella ritenzione idrica

Il primo passo per rendere un’azienda agricola resiliente alla siccità non è guardare il cielo, ma il suolo. La sostanza organica, e in particolare la sua componente più stabile, l’humus, è la vera e propria spugna della nostra terra. Ignorarla significa condannarsi a una perenne dipendenza dall’irrigazione. Un suolo povero è un suolo inerte, incapace di trattenere l’acqua piovana, che scorre via portando con sé nutrienti e fertilità. Un suolo ricco di sostanza organica, al contrario, diventa un serbatoio naturale, una riserva strategica per i periodi di secca.

La sua efficacia è sbalorditiva. Secondo diversi studi, l’humus ha una capacità di assorbimento idrico eccezionale, potendo trattenere quantitativi d’acqua fino a 20 volte il proprio peso. Questo significa che aumentare anche solo di poco la percentuale di sostanza organica trasforma radicalmente la risposta del terreno a una pioggia: l’acqua viene catturata, immagazzinata e rilasciata lentamente alle radici delle piante quando ne hanno più bisogno. Questo non solo riduce il fabbisogno irriguo, ma crea un ambiente più stabile per la microfauna e la microflora, i veri motori della fertilità.

Dettaglio macro della struttura del suolo ricco di sostanza organica che mostra la capacità di ritenzione idrica

Come si può vedere in questa immagine a livello microscopico, la sostanza organica non è solo un “ingrediente”, ma l’architetto del suolo. Crea aggregati stabili, pieni di micropori che agiscono come minuscole cisterne. Batteri e funghi micorrizici, che prosperano in presenza di carbonio organico, estendono la portata delle radici, permettendo alle piante di esplorare un volume di suolo maggiore e di accedere all’acqua e ai nutrienti in modo molto più efficiente. Investire in sostanza organica non è una spesa, ma la ricostruzione del nostro capitale fondiario più prezioso.

Per comprendere a fondo il valore di questo capitale, è fondamentale analizzare il ruolo centrale della sostanza organica come primo pilastro della resilienza.

Questo approccio trasforma un costo (gestione dei residui colturali, letame, compost) in un investimento diretto sulla capacità del terreno di produrre reddito anche in condizioni difficili. Un suolo vivo è un’assicurazione sulla vita per l’azienda agricola.

Degrado della struttura del suolo per eccesso di lavorazioni

Se la sostanza organica è il capitale, le lavorazioni meccaniche eccessive e profonde sono il suo peggior nemico. Arature, fresature e erpicature ripetute, pratiche un tempo considerate sinonimo di “buona agricoltura”, si rivelano oggi una delle cause principali del degrado dei suoli, specialmente in climi aridi. Ogni passaggio con l’aratro è uno shock per l’ecosistema del suolo: rompe gli aggregati che la sostanza organica aveva faticosamente costruito, espone il carbonio all’ossidazione e lo disperde nell’atmosfera, e distrugge le reti di funghi e la vita microbica.

Il risultato è un suolo polveroso, compattato in profondità (suola di aratura) e vulnerabile. Alla prima pioggia intensa, lo strato superficiale viene lavato via; al primo vento forte, viene soffiato altrove. Questo fenomeno, l’erosione, non è un concetto astratto, ma una perdita netta di patrimonio. In Italia si stima che la quota di terreno perso per erosione raggiunga valori medi di 1,7-1,8 tonnellate per ettaro all’anno. È come se ogni anno una parte del nostro campo venisse letteralmente portata via, impoverendo l’azienda in modo irreversibile.

Un suolo lavorato eccessivamente perde la sua capacità di “respirare” e di assorbire acqua. Si crea una crosta superficiale che impedisce l’infiltrazione, aumentando il ruscellamento e lo spreco della risorsa idrica. Valutare la salute del proprio suolo è il primo passo per invertire la rotta. Non servono laboratori costosi; esistono metodi di autodiagnosi semplici e quasi a costo zero.

Checklist rapida per l’autodiagnosi della salute del suolo

  1. Test della vanga: Scava una zolla di 20x20x25 cm. Osserva: il suolo si sbriciola in aggregati rotondeggianti (buono) o si rompe in blocchi duri e angolari (cattivo)? Vedi gallerie di lombrichi?
  2. Conteggio lombrichi: In una giornata umida, conta i lombrichi nella zolla. Più di 8-10 è un ottimo segno di attività biologica. Meno di 2-3 indica un suolo in sofferenza.
  3. Test di infiltrazione: Prendi un cilindro metallico (es. un barattolo grande senza fondo), inseriscilo per pochi cm nel terreno e versa una quantità nota di acqua. Misura quanto tempo impiega per essere assorbita. Tempi lunghi indicano compattamento.
  4. Analisi visuale (VESS): Prendi una manciata di terra. È scura e profumata di “bosco” (ricca di humus) o chiara e inodore (povera)? Si compatta facilmente in una palla dura?
  5. Test della mutanda di cotone: Seppellisci un pezzo di tessuto di puro cotone (come un pezzo di slip) a circa 15 cm di profondità. Se dopo 60 giorni è quasi completamente “mangiato”, l’attività biologica del tuo suolo è eccellente. Se è quasi intatto, è un segnale di allarme.

Prendersi cura della struttura del suolo significa proteggere il motore economico dell’azienda. Ignorare questi segnali equivale a continuare a guidare con il motore che perde olio, sperando di arrivare comunque a destinazione.

Benefici a lungo termine del “No-Tillage”

Una volta presa coscienza dei danni provocati dalle lavorazioni eccessive, la soluzione più logica ed efficace è smettere di farle. L’agricoltura conservativa, e in particolare la sua forma più avanzata, la semina su sodo o “No-Tillage”, rappresenta una vera e propria rivoluzione per i climi mediterranei. L’idea è semplice: disturbare il meno possibile il suolo. Il terreno non viene più arato, ma le sementi vengono depositate direttamente attraverso apposite seminatrici che aprono solo un piccolo solco.

I benefici a lungo termine sono un cambio di paradigma totale. Lasciare i residui colturali in superficie crea una pacciamatura naturale (cover crop) che protegge il suolo dall’erosione, riduce l’evaporazione dell’acqua, sopprime le erbe infestanti e, decomponendosi, alimenta costantemente la sostanza organica. Anno dopo anno, il suolo si rigenera. Aumenta la sua porosità, la sua capacità di ritenzione idrica e la sua biodiversità. I lombrichi e i microrganismi, non più disturbati dall’aratro, lavorano gratuitamente per noi, creando una struttura stabile e fertile.

La transizione richiede un cambio di mentalità e inizialmente può presentare delle sfide, ma i risultati economici sono inequivocabili. Non si tratta di una pratica “ambientalista” a discapito del reddito, ma di una scelta imprenditoriale strategica. I risparmi sono immediati: meno passaggi in campo significano un drastico taglio dei costi di carburante, manodopera e usura dei macchinari.

Studio di caso: la redditività del No-Tillage in Italia

Analisi condotte su aziende agricole italiane che hanno adottato l’agricoltura conservativa e la semina su sodo hanno dimostrato risultati economici sorprendenti. Confrontando questo approccio con la gestione convenzionale, si è registrato un aumento della produzione del 20% nel medio periodo, grazie alla maggiore fertilità e disponibilità idrica del suolo. Ancora più impressionante è il risparmio sui costi: secondo uno studio di Terra e Vita, il passaggio al No-Tillage ha permesso una riduzione del 60% delle risorse economiche impiegate. Il costo di gestione scende da circa 300 €/ha per l’aratura convenzionale a soli 100 €/ha per la semina su sodo, liberando capitali da reinvestire in altre aree dell’azienda.

In un contesto di prezzi delle materie prime volatili e costi energetici crescenti, il No-Tillage non è più un’opzione, ma una necessità competitiva. È il primo, grande passo per costruire un’azienda che non solo sopravvive, ma prospera riducendo la sua dipendenza da input esterni.

Tecniche di aridocoltura per climi secchi

Una volta che abbiamo un suolo vivo e capace di immagazzinare acqua, possiamo spingerci oltre e imparare a coltivare “con la sete”. L’aridocoltura non è una novità, ma un insieme di saperi antichi, perfezionati da generazioni di agricoltori del Mediterraneo, che oggi vengono riscoperti e potenziati da nuove conoscenze scientifiche. L’obiettivo non è portare acqua dove non c’è, ma massimizzare l’efficienza di ogni singola goccia di pioggia o di rugiada, attraverso un’attenta progettazione del paesaggio agrario.

Si tratta di una vera e propria “ingegneria naturale” a basso costo. Tecniche come la creazione di conche e fossette, o l’uso di barriere naturali, permettono di intercettare, concentrare e conservare l’umidità attorno alle radici delle piante. Queste pratiche, unite alla scelta di varietà locali più resistenti, possono fare la differenza tra un raccolto perso e uno, seppur ridotto, di alta qualità.

Vista aerea di un sistema agricolo con tecniche di aridocoltura e keyline design in ambiente mediterraneo

Un approccio moderno che si integra perfettamente con queste tecniche tradizionali è il Keyline Design. Come suggerisce l’immagine, questa metodologia permette di modellare il terreno seguendo specifiche curve di livello per rallentare il deflusso dell’acqua piovana, distribuendola uniformemente su tutto il versante invece di lasciarla concentrare nei punti più bassi. In questo modo, l’acqua ha il tempo di infiltrarsi, ricaricando il profilo del suolo in modo omogeneo. L’obiettivo del Keyline, secondo la sua logica, è di spostare l’acqua dalle zone umide delle valli alle zone secche dei crinali, senza l’uso di pompe ma sfruttando unicamente la gravità e un’accurata lavorazione del terreno.

Queste non sono soluzioni magiche, ma un insieme di pratiche intelligenti che, combinate, creano un sistema molto più efficiente:

  • Posa di pale di fichi d’India (cladodi): Posizionate a monte delle giovani piantine, le proteggono dai venti caldi e, decomponendosi, rilasciano acqua per circa due settimane.
  • Conche dello Zibibbo di Pantelleria: La coltivazione ad alberello in profonde buche permette di raccogliere l’acqua piovana e la rugiada notturna, proteggendo la pianta dal vento.
  • Fossette e scoline: Realizzare piccole lavorazioni strategiche del terreno permette di aumentare il volume di suolo esplorabile dalle radici e di intercettare i flussi d’acqua.
  • Terrazzamenti e muretti a secco: Strutture antiche ma estremamente efficaci per ridurre la pendenza, combattere l’erosione e ottimizzare la gestione idrica sui versanti collinari.

In un futuro dove l’acqua sarà sempre più un lusso, saper coltivare senza dipenderne quasi totalmente non sarà solo una scelta sostenibile, ma un’incredibile opportunità di mercato per prodotti ad alto valore aggiunto.

Gestione delle risorse idriche non convenzionali

Costruire un ecosistema aziendale resiliente significa anche pensare fuori dagli schemi e imparare a “catturare” l’acqua da fonti che solitamente ignoriamo. Oltre a massimizzare l’efficienza della pioggia, esistono strategie per intercettare e utilizzare risorse idriche non convenzionali, trasformando ciò che appare come un limite climatico in una risorsa inaspettata. L’obiettivo è creare un sistema a cascata, dove ogni goccia viene usata più volte e la sua perdita per evaporazione è ridotta al minimo.

Una delle strategie più efficaci è l’uso combinato di pacciamatura, irrigazione a goccia e barriere frangivento. Se la pacciamatura (con residui colturali o teli) riduce drasticamente l’evaporazione dal suolo, sono i frangivento a giocare un ruolo sorprendente. Filari di alberi e arbusti, posizionati strategicamente perpendicolarmente ai venti dominanti, creano un microclima più umido e protetto. Riducono la velocità del vento sull’area coltivata, diminuendo la traspirazione delle piante e l’evaporazione dal terreno. Secondo diverse analisi sulla gestione integrata dell’acqua, l’installazione di barriere vegetali può portare a una riduzione del consumo d’acqua del 15-20%. Un risparmio enorme ottenuto semplicemente piantando gli alberi giusti al posto giusto.

Ma si può andare ancora oltre. In molte aree costiere e collinari della Sicilia e della Sardegna, la nebbia e l’elevata umidità notturna sono fenomeni frequenti, specialmente in certe stagioni. Quell’umidità è acqua distillata, gratuita, che attende solo di essere raccolta. Le tecniche di “fog harvesting” o “raccolta della nebbia” utilizzano apposite reti a maglia fitta, tese verticalmente, che intercettano le minuscole goccioline d’acqua sospese nell’aria e le fanno condensare, raccogliendole in un serbatoio.

Anche se può sembrare una tecnologia da deserto del Cile, le sue potenzialità nel nostro contesto non sono trascurabili. Sperimentazioni condotte in aree mediterranee hanno dimostrato che queste tecniche possono fornire da 3 a 10 litri di acqua per metro quadrato di rete al giorno. Sebbene non possano sostituire l’irrigazione per grandi estensioni, rappresentano una fonte integrativa preziosa per l’orto, il vivaio aziendale o per abbeverare piccoli gruppi di animali, riducendo la pressione sulle fonti principali e aumentando l’autosufficienza idrica dell’azienda.

Ogni litro d’acqua raccolto dalla nebbia o risparmiato grazie a un frangivento è un passo in più verso la libertà dalla tirannia della siccità e un aumento della stabilità economica dell’impresa.

Ruolo delle siepi e delle fasce tampone

Le siepi, le file di alberi e le fasce di vegetazione spontanea lungo i bordi dei campi sono state a lungo viste come elementi improduttivi, ostacoli da eliminare per massimizzare la superficie coltivabile. Questa visione è uno degli errori più gravi dell’agricoltura moderna. Nell’ottica di un’azienda come ecosistema integrato, le siepi e le fasce tampone non sono aree “perse”, ma infrastrutture ecologiche vitali, le vere e proprie arterie e vene del nostro sistema.

Il loro ruolo è multifunzionale. Come abbiamo visto, agiscono come frangivento, riducendo lo stress idrico delle colture. Ma fanno molto di più: le loro radici consolidano il terreno, combattendo l’erosione lungo i pendii e i corsi d’acqua. Agiscono come un filtro biologico, una “fascia tampone” che intercetta i deflussi di acqua, trattenendo fertilizzanti e pesticidi ed evitando che inquinino le falde e i fiumi. La ricerca ha dimostrato che l’efficacia di queste fasce, una volta garantita una larghezza minima di almeno una decina di metri, dipende più dalla loro estensione lineare lungo i confini critici che dalla loro larghezza eccessiva.

Inoltre, le siepi sono corridoi di biodiversità. Offrono rifugio e nutrimento a insetti impollinatori, come api e bombi, e a predatori naturali dei parassiti, come coccinelle e uccelli insettivori. Un campo circondato da una siepe ben strutturata è un campo che necessita di meno trattamenti chimici, con un ulteriore risparmio economico e un miglioramento della qualità del prodotto. Questa biodiversità funzionale è un servizio ecosistemico gratuito che l’agricoltura convenzionale ha dimenticato.

Oggi, finalmente, anche la politica agricola sta riconoscendo questo valore. Mantenere e creare queste aree non è più solo una scelta agronomica saggia, ma anche economicamente vantaggiosa. La nuova Politica Agricola Comune (PAC) incentiva attivamente la creazione di aree non produttive. Secondo le nuove disposizioni della PAC 2024, le siepi hanno un fattore di ponderazione pari a 2. Questo significa che 1.000 metri quadrati di superficie destinati a una siepe vengono conteggiati come 2.000 metri quadrati di superficie ammissibile ai fini del calcolo dei contributi. Scegliere di non arare un bordo campo non è più una perdita, ma un guadagno netto.

Reintrodurre questi elementi nel paesaggio agrario significa ricostruire la complessità e la stabilità del nostro ecosistema aziendale, trasformando un apparente costo in una triplice fonte di reddito: risparmio idrico e chimico, incentivi PAC e aumento del valore ecologico (e quindi commerciale) dell’intera proprietà.

Imboschimento produttivo vs abbandono

Di fronte a terreni sempre più marginali, aridi e poco produttivi, la scelta più comune è l’abbandono. Si lascia che la natura faccia il suo corso, con la speranza che un giorno quel terreno possa recuperare un qualche valore. Ma l’abbandono è una non-scelta, una resa che comporta un azzeramento del reddito e un degrado incontrollato del paesaggio, spesso con un aumento del rischio di incendi. Esiste un’alternativa strategica: l’imboschimento produttivo o agroforestazione.

L’agroforestazione consiste nell’integrare alberi e arbusti all’interno dei sistemi agricoli, sia su terreni marginali che in consociazione con le colture erbacee o i pascoli. Non si tratta di piantare un bosco e aspettare decenni, ma di progettare un sistema misto che genera benefici ecologici ed economici in tempi relativamente brevi. Come afferma il WWF, “l’agricoltura è causa e vittima del suo stesso impatto ambientale”, e l’agroforestazione è una delle vie maestre per rompere questo circolo vizioso.

A fronte di un clima sempre più estremo e di una crescente scarsità di risorse, nei prossimi anni sarà necessario un utilizzo delle risorse sempre più mirato e monitorato.

– WWF Italia, Effetto clima sull’agricoltura

La scelta delle specie è cruciale: si possono piantare alberi da legno pregiato a ciclo medio-lungo, alberi da frutto o da biomassa a ciclo più breve, o arbusti per la produzione di piccoli frutti, piante officinali o funghi (come nel caso di impianti micorrizati con tartufo). Questa diversificazione è la migliore assicurazione contro gli shock di mercato e climatici. Se un anno la produzione di grano è scarsa, si può contare sul reddito della legna, della frutta o dei crediti di carbonio generati dal bosco.

Il confronto economico tra l’abbandono e un progetto di agroforestazione ben pianificato è impietoso. L’abbandono non genera alcun ritorno, mentre l’agroforestazione crea valore su più fronti, migliorando al contempo la salute dell’ecosistema. Un’analisi comparativa dei benefici mostra chiaramente i vantaggi di un approccio proattivo.

Benefici economici dell’agroforestazione vs abbandono
Aspetto Agroforestazione produttiva Abbandono tradizionale
Sequestro carbonio Fino a 3 ton CO2/ha/anno 0,5-1 ton CO2/ha/anno
Diversificazione reddito 3-4 fonti (legname, frutti, funghi, crediti carbonio) Nessun reddito diretto
Ricarica falde acquifere +20-30% capacità infiltrazione +5-10% capacità infiltrazione
Biodiversità Aumento controllato e produttivo Aumento non gestito
Tempo ritorno investimento 5-7 anni primi ricavi Nessun ritorno economico

Trasformare un terreno “inutile” in un asset multi-prodotto non solo genera nuovo reddito, ma aumenta il valore complessivo dell’azienda, rendendola più attraente, stabile e resiliente. È la massima espressione del concetto di trasformare un problema in un’opportunità.

Da ricordare

  • La resilienza non è una singola tecnica, ma la riprogettazione dell’azienda come un ecosistema integrato.
  • La salute e la ricchezza di sostanza organica del suolo sono il principale capitale aziendale e la prima difesa contro la siccità.
  • Pratiche come il No-Tillage e l’agroforestazione non sono solo “ecologiche”, ma offrono ritorni economici superiori ai metodi convenzionali.

Come progettare un’azienda agricola che resiste agli shock climatici ed economici senza fallire?

Abbiamo visto i singoli componenti: un suolo vivo, una gestione idrica intelligente, una biodiversità funzionale e una diversificazione produttiva. Ora, come unire questi pezzi in un progetto coerente? La risposta sta nel passare da una logica di “prevenzione del fallimento” a una di “fallimento sicuro” (safe-to-fail). In un sistema climatico imprevedibile, è impossibile evitare ogni insuccesso. L’obiettivo è progettare un’azienda talmente diversificata e interconnessa che il fallimento di una sua parte (es. una coltura) non causi il collasso dell’intero sistema.

Questo richiede un vero e proprio “Master Plan” per la resilienza, un piano strategico che integri agronomia, ecologia ed economia. Come sottolinea Eva Alessi del WWF Italia, l’approccio deve essere olistico.

Occorre lavorare sulla resilienza delle colture agricole, cercando di rendere più sostenibile il sistema agroalimentare, limitando gli input esterni, quali i fertilizzanti e prodotti per la difesa chimici e favorendo un approccio agroecologico.

– Eva Alessi, WWF Italia – Responsabile Sostenibilità

Progettare questa resilienza significa agire su più livelli, creando ridondanze e sinergie. Significa non mettere tutte le uova nello stesso paniere, né dal punto di vista colturale né da quello economico. Un’azienda resiliente potrebbe produrre grano, ma anche olio, legna da ardere, miele, ospitalità agrituristica e crediti di carbonio. La chiave è la visione d’insieme.

Ecco un piano d’azione per strutturare questo percorso di transizione:

  • Analisi strategica del territorio: Utilizzare strumenti come il Keyline Design per mappare la propria azienda e pianificare la gestione ottimale dell’acqua, identificando le aree migliori per le diverse colture, per i boschi e per le infrastrutture ecologiche.
  • Diversificazione delle fonti di reddito: Non limitarsi alla produzione primaria. Esplorare la trasformazione dei prodotti (es. conserve, formaggi), l’agriturismo, la didattica e la vendita di servizi ecosistemici (come il sequestro del carbonio o la tutela della biodiversità).
  • Implementazione di sistemi modulari: Creare sistemi che possano essere ampliati o ridotti facilmente. Ad esempio, iniziare con un piccolo impianto di agroforestazione su un terreno marginale e poi espanderlo in base ai risultati.
  • Creazione di reti di mutuo aiuto: Collaborare con altri agricoltori locali per condividere macchinari, conoscenze e per affrontare insieme le emergenze. La resilienza di un territorio è data dalla somma delle resilienze individuali.
  • Formazione continua: Investire nella propria formazione e in quella dei propri collaboratori su temi come la gestione dello stress, il processo decisionale in condizioni di incertezza e le nuove tecniche agronomiche a basso impatto.

Questo approccio olistico è l’unica via per un futuro sostenibile. Per avviare questo processo, è cruciale avere una visione chiara di come progettare un'azienda capace di resistere agli shock.

L’inazione è la scelta più rischiosa e costosa. Iniziare oggi a implementare anche solo uno di questi punti significa smettere di essere vittime del clima e tornare a essere artefici del proprio futuro, salvaguardando il valore della propria terra per le generazioni a venire.

Scritto da Marco Valenti, Agronomo senior specializzato in colture estensive e agricoltura conservativa con oltre 20 anni di esperienza in campo. Esperto in gestione della fertilità del suolo e ottimizzazione delle rese per mais e cereali vernini.